Quelli che… non parlano. Si siedono. Ti avvicini, gli lasci il menù e chiedi se desiderano qualcosa. Si girano. Ti guardano. È evidente che ciò che desiderano non è nella tua lista del menù. Provi ad abbozzare. “Ha visto il mare oggi?” “Già!” rispondono. Scivoli via e torni dopo 5 minuti, lasciando il menù sul tavolo. Al tuo ritorno ti guardano e ti dicono: “ma non avete il menù in questo posto?”
Sorridi e gli daresti una pacca sulla spalla, per esprimere la tua solidarietà perché gli smarriti hanno, in questo posto, un ideale posto d’onore vicino a me.

Quelli che… sono tedeschi. Ti dicono sono austriaci/polacchi/sassoni/capetingi. Ma sono tedeschi. Più precisamente, (per la confusione tra a, o e u, della Baviera). Come li riconosci? Evidentemente non dal bermuda di pelle traforato da Oktoberfest. Li riconosci perché arrivano a gruppi e cercano il bancone come luogo di aggregamento e, soprattutto, di sostegno. Sono una moltitudine di uomini malamente tatuati, orridamente vestiti ma tutti con un segno comune di riconoscimento che gli serve, probabilmente, per ritrovarsi in mezzo alla confusione. Se è un foulard fucsia con l’immagine di Rumenigge, uno ce l’ha al collo, l’altro a mo’ di bandana cherokee, l’altro come fascia da capitano della squadra e qualcun altro, sicuramente, nelle mutande per gonfiare il pacco. Ciò che mi piace di loro è quello che ordinano. Arrivano alle tre circa, in evidente stato confusionale e ti chiedono un Martini bianco o un Aglianico. Mentre tu pensi come sia potuto arrivare l’Aglianico in Baviera (e ti complimenti idealmente con l’assessore al turismo dello stato del Vulture) il giovane Fritz nel pronunciare AGLHIANICO sputacchia pure. Pazienza.
Gli spieghi, con amabile accento di Hannover, che non hai vini rossi di altre regioni (tranne un paio di Bourgogne, che levate); lui, immediatamente fa: “AHHHH SOOOO! JAJAJAJAJA” e ti ordina un porto, un Punt e Mes e una birra media per diluire entrambi. Immediatamente parte un coro tra gli amici, di: WUNDERBAAR, e cominciano a calare ordini pesanti. 8 martini con Birra, un Carpano shakerato ma non agitato diluito con Anice, tre cappuccini doppel con Fernet e porto aromatizzato al Pino Mugo, Weisswein con latte e cacao al Madeira e crodino a parte. Un dedalo di ordini all’insegna della più pura cacofonia alcoolica e cadenzati da continui SEHR GUT. La cosa che mi fa sorridere, e che credo, abbia fatto la fortuna della Romagna, è che, al terzo giro, cominciano ad offrirsi i drink tra di loro. Tu ne avevi contati circa 8 all’entrata (recensendo i tatuaggi). Dopo mezz’ora sono in dodici. E via a seguire per lievitazione naturale. Dicevo però di questa solidarietà incrociata che nasce al terzo bicchiere, tra questi nerboruti esseri scesi dal Walhalla.
Ecco credo che, se la bilancia commerciale Italia Germania non ha fatto cappotto a favore della seconda, con tutte le auto tedesche che compriamo, sia proprio merito dei bar/ristoranti della Riviera Romagnola che hanno decisamente bilanciato. Il ristoratore/barista romagnolo non è cattivo. Ha un gran cuore. Cerca di aiutarli questi ragazzoni che, a questo punto delle danze al banco, non capiscono più nulla. Fino al terzo giro li aiuta e li coordina, dicendogli, con impeccabile accento dei grigioni, che Hans, là all’angolo, ha già offerto il giro. Pether (ci tiene all’H aspirata) annuisce e grugnendo insiste che il giro lo offre lui. Tu glielo rispieghi con il sorrisone ma Hans nel frattempo è scivolato dal bancone e non può più opporre testimonianza favorevole o contraria. Quindi, come diceva, quel famoso adagio, sicuramente romagnolo: se non puoi frenare, accelera.
La cassa comincia a frullare come in una sagra del Cicciolo.
A questo punto emerge dal gruppo il LEADER. È un leader triste. Di quelli che piacciono a noi. È sentimentale. Parla perché riesce a piazzare quattro vocali di fila mentre c’è un sincronico silenzio. Comincia a spiegarti perché si trovano dalle tue parti. Da dove vengono e, soprattutto, perché sono tutti insieme. Per due capoversi il discorso tiene, dopodiché guarda un compagno nel gruppo e cominciano a sospirare insieme, si danno le pacche sulle spalle e il discorso diviene un contenitore unico di sospiri, imprecazioni e lacrime. Già perché al 19esimo bicchiere diventano nostalgici, e cominciano a piangere ed abbracciarsi tra di loro. Vorrebbero coinvolgere anche te in questa rimpatriata tra mammiferi ma tu sei protetto dal banco e continui a versare freddo e impassibile cocktail sempre più improbabili che friggono e rumoreggiano nei bicchieri.
Alla fine il gruppo corre perché deve prendere la motonave. Li saluti affettuosamente con accento del Baden-Wuttemberg e realizzi che, se facevi una degustazione di Romanée-Conti per pochi e selezionati clienti, guadagnavi meno e, soprattutto, ti divertivi molto meno. W la Germania.

Quelli che… Entrano con le sembianze di una vecchia signora piuttosto dimessa. Abito rosso scamiciato di cotone slavato. Andatura piegata in avanti e un forte odore di naftalina. Si siede. Ti accosti lesto come Nosferatu e lei ti chiede: UN CAPUCCHINO. Vai al bar, imprechi, e dentro di te ti lamenti, da edonista sciocco, del tasso medio di giovani bellezze femminili in questo posto. Ti dimentichi del cappuccino, arrivano un paio di telefonate, fornitori/fatture/fattucchiere. Dopo 20 minuti realizzi che ti sei dimenticato della signora in naftalina. Quindi via, FSSSSSHHHH molta schiuma nel suo capucchino.
Arrivi al tavolo scusandoti. La signora ti guarda. Abbassa gli occhiali da vista da 5kg, alza il bavero anteriore del cappello da Sanpei e dice, in Italiano quasi perfetto: Molto bella questa versione dell’Evgenij Onegin, di Čajkovskij, sono i Wiener, vero? Abbozzi. Torni al computer a vedere Classicalradio.com. Ci ha preso. Tre su tre. Sicuramente avrà anche letto, Puškin, e, magari Tolstoj. All’improvviso la naftalina che emana te la immagini in un profumo di Comme des Garçons e pensi solo che ti piacerebbe invecchiare con la stessa densità. La cultura, l’arte sono la vera e unica bellezza.

Quelli che… quelle che, come diceva, De Andrè [*], (che qui non passa mai nella track-list musicale perché è troppo con il troppo). Dicevo, ci sono quelle che, i loro occhi sono il più bel paesaggio. A volte anche le loro risa, e il fatto che riescono a non stare zitte per ore. Danno una nota di equilibrio a questo posto.

[*]F. De Andrè – Le passanti –

Io dedico questa canzone
ad ogni donna pensata come amore
in un attimo di libertà
a quella conosciuta appena
non c’era tempo e valeva la pena
di perderci un secolo in più.

A quella quasi da immaginare
tanto di fretta l’hai vista passare
dal balcone a un segreto più in là
e ti piace ricordarne il sorriso
che non ti ha fatto e che tu le hai deciso
in un vuoto di felicità.

Alla compagna di viaggio
i suoi occhi il più bel paesaggio
fan sembrare più corto il cammino
e magari sei l’unico a capirla
e la fai scendere senza seguirla
senza averle sfiorato la mano.

A quelle che sono già prese
e che vivendo delle ore deluse
con un uomo ormai troppo cambiato
ti hanno lasciato, inutile pazzia,
vedere il fondo della malinconia
di un avvenire disperato.

Immagini care per qualche istante
sarete presto una folla distante
scavalcate da un ricordo più vicino
per poco che la felicità ritorni
è molto raro che ci si ricordi
degli episodi del cammino.

Ma se la vita smette di aiutarti
è più difficile dimenticarti
di quelle felicità intraviste
dei baci che non si è osato dare
delle occasioni lasciate ad aspettare
degli occhi mai più rivisti.

Allora nei momenti di solitudine
quando il rimpianto diventa abitudine,
una maniera di viversi insieme,
si piangono le labbra assenti
di tutte le belle passanti
che non siamo riusciti a trattenere.

Quelli che… Le coppiette. Non si tengono più la mano. Non si guardano nemmeno più. Cioè io immaginavo questo posto come ideale per una coppia romantica. Il mare, il tramonto, la musica in sottofondo. E invece, nulla. La coppia che va a cena come preludio di altri piaceri non esiste più. Si ignorano o discutono al tavolo. Anzi, a volte, arrivano già litigati, e proseguono nelle loro diatribe verbali per tutta la serata. Di solito lui ordina un crudo, perché è sbocione [termine romagnolo che indica colui/colei che deve sempre affermare che lui può/ha] e lei, per fargli dispetto, una degustazione di freddi e crudi con scampi. Peccato che la ragazza detesti, i marinati, il pesce al vapore, gli scampi e, soprattutto, lui. Quindi, dopo ½ ora che i due piccioncini sono al telefono guardando in tutte le direzioni tranne che davanti a loro, viene spedito il cameriere a sentire se c’è qualche problema. Il crudo è freddo, per carità, ma dopo mezz’ora si rianima.
L’inevitabile risposta (sorseggiando Franciacorta [scusa non hai Bellavista, è stato l’inevitabile commento guardando la carta dei vini] alla domanda di cortesia: “Qualcosa non va, il piatto non era di suo gradimento?” è: “No tutto bene, non abbiamo fame”.
Ora, alle prime due coppie ho pensato ad una coincidenza. Dalla quinta in poi ho deciso di fregarmene della crisi dei valori e della incomunicabilità odierna dei partnerz sottoposti a tensioni eccessive, perché detesto che cose così buone finiscano allegramente nel bidone senza essere state nemmeno toccate.
Ho organizzato, per il personale, con un segnale a richiamo, il ‘crudo intonso’ point. Nel non lunghissimo percorso tra il tavolo, dove ormai spira un gelo terribile (quando non si sono già accoltellati), alla cucina c’è la zona dehors-privè lounge dove vengono consumati in rigoroso e ordinato turno, scampi, mazzancolle, tartare, carpacci, ostriche, che queste coppie da ‘Guerra dei Roses’, sprecano in maniera così villana.
Sono già conditi, (ma a volte qualcuno dei ragazzi chiede di aggiungere sale o pepe, o Tabasco), e consumati dal personale con grande gioia. Soprattutto le teste degli scampi o dei gamberi viola, procurano un rumoreggiare sospetto in sala quando è seguito da un continuo “MMMMMHHHH, senti qui che roba” e via dicendo. Un ragazzo dello staff, ha chiesto una sera, un bicchiere di Chablis, perché lui il gambero rosso altrimenti non riesce ad apprezzarlo.

Quelli che… se esiste l’inferno dei prodighi, loro, per carità.
Prenotano un mese prima. “Mi raccomando un buon tavolo, che, sa, è un’occasione speciale” sospira la voce maschile al telefono. Richiama ad ogni fine settimana successivo per essere sicuro che la prenotazione sia confermata e per ribadire, ogni volta, che è un’occasione molto speciale. Il giorno prima lui fa recapitare da Interflora un mazzo di rose con il glitter sui petali (orrore vero) chiedendo se, gentilmente, glielo possiamo tenere nell’acqua. Per cortesia ovviamente gli si dice si. Quando arriva il mazzo di rose e ci rendiamo conto che ha lo stesso ingombro del cameriere pugliese, cominciamo ad imprecare ma, visto l’imponente trionfo floreale, confidiamo senz’altro nell’arrivo dello Scià di Persia.
Alla fatidica serata, mezz’ora prima dell’orario della prenotazione, si presenta, invece, questo dimesso signore calvo che chiede del tavolo. Tu pensi sia senz’altro lo chaffeur del Principe, che starà sicuramente nel frattempo, parcheggiando la Bentley. Invece è lui. Il tombeur de femmes che spende almeno 300 euro in fiori glitterati. Dice di essere arrivato in anticipo perché vuole essere sicuro che il tavolo sia adatto all’occasione. Noi gli abbiamo dato il tavolo 14, (il più bello del ristorante) e lo abbiamo addobbato come l’Alhambra di Cordoba. Insiste nel far mettere la tensostruttura di rose vicino al tavolo. In questo modo gli altri 19 tavoli devono mangiare l’uno sull’altro. Ma va bene, si sa questi sceicchi, sono eccentrici.
Invece poi si siede e noi realizziamo che non c’è nessun principe. O meglio il principe è lui.
Si fa passare il menu. E qui parte il dramma. Comincia a sudare e a scorrere nervosamente la lista.
La prima domanda, inevitabile, è: “Ma non avete il vino della casa?” Il sommelier, dà subito le dimissioni e va a lavorare all’Enoteca Pinchiorri.
La seconda tragica domanda è: “Si possono avere due piadine con il prosciutto e la rucola?”. Al che, il maitre strozza il suo secondo in segno di composto dissenso.
Invito tutti alla calma ricordandogli che, per mia personale esperienza, a tavola, è sempre la signora a decidere.
Nel frattempo non si pensi che noi siamo un ristorante fatto da gente scortese. Un paio di camerieri, si sono avvicinati al tavolo 14 (il più ambito del ristorante e che di sabato sera dovrebbe produrre un certo reddito al minuto) chiedendo se l’Aga Khan desiderasse un aperitivo nell’attesa. Per tutta risposta ne hanno ricevuto confusi miagolii e imprecazioni contenenti spesso le parole: SATOTTQUELCHEHOGIASPES. Nell’attesa ha ordinato intanto una bottiglia d’acqua.
Infatti dopo ¾ d’ora abbondanti la signora si palesa tutta trafelata al ristorante, fresca di parrucchiere e con una messimpiega puntellata da kg di lacca. Quando intuisce che il suo Romeo ha prenotato il tavolo romantico del ristorante e lo ha addobbato con le rose (che evidentemente detesta) alza gli occhi al cielo e si avvia con passo deciso al tavolo. Si capisce che sono amanti. Lei deve averlo lasciato per l’ennesima volta e lui ha organizzato questa Reunion per riconquistarla. Le rose nel bacinellone cominciano ad emettere uno strano odore di Stilton al sole che si mescola con quello della lacca della signora. Cominciano a discutere abbastanza animatamente e quindi nessuno ha il coraggio di farsi largo tra le rose per prendere la comanda. Viene spedito il più giovane (che deve farsi le ossa), il quale torna sconsolato e con la faccia di Lino Banfi in Vieni avanti cretino (scena del caffè: https://www.youtube.com/watch?v=F2EG9CCOGTc). La comanda del prestigioso tavolo 14 di sabato sera, consiste in: 1 sardoncino grigliato, 1 spaghetto alle vongole, 1 fritto misto, 1 bicchiere di Prosecco della casa (Sigh!) Il tutto, neanche a dirlo, à partager.
Il litigio va avanti per una buona mezz’ora dopodiché, al fritto, la signora si alza e se ne va.
Noi assistiamo composti al dolore di quest’uomo e siamo partecipi della sua sofferenza. Intensamente e per 5 minuti. Poi l’istinto del ristoratore riprende il sopravvento e pensa che, magari, se anche lui si alza, visto che sono circa le 21.30, si potrebbe ridare il prestigioso tavolo 14 a qualche altro cliente.
Ma lui no. Non si alza. Vuole bere l’amaro calice del dolore fino in fondo. Prende il fritto di lei e se lo mangia freddo. Poi sta un’altra oretta a contemplare il mare e le rose. Le rose e il mare. Alla fine si alza e alla cassa, di fronte al conto, esclama la mitica frase: “Ah! Pensavo avesse già fatto la signora!”
Io penso alla canzone: Someday my prince will come. Però me la ricordavo diversa.